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ottobre 2001
L'Efficacia dei Nuovi Modelli di Raccolta Differenziata Integrata
in relazione all’obiettivo di riduzione della produzione di RU e di contenimento dei costi di raccolta.


di Attilio Tornavacca

Scuola Agraria Parco di Monza

Questo sintesi è tratta da uno studio condotto dai tecnici della Scuola Agraria del Parco di Monza che pone a confronto diversi modelli di raccolta attualmente in uso nelle città italiane in termini di capacità di ridurre i rifiuti da smaltire e di ottimizzazione dei costi complessivi del sistema di gestione. Tale studio ha permesso di evidenziare i vantaggi tecnici ed economici della domiciliarizzazione dei servizi di raccolta dell’umido e del secco residuo. Questa metodologia di raccolta differenziata integrata permette una maggiore responsabilizzazione degli utenti ed un maggiore controllo dei conferimenti. Le realtà che hanno adottato una raccolta con contenitori stradali di grandi dimensioni sono invece contraddistinte da un elevato conferimento di rifiuti speciali non assimilati (il cui conferimento abusivo risulta difficilmente controllabile e sanzionabile) mentre la raccolta differenziata, in tale caso, non riesce a ridurre in modo significativo la quota di rifiuti da inviare a smaltimento finale. Considerando infine il costo di raccolta, si è rilevato che nelle realtà che hanno puntato sulla raccolta differenziata di tipo aggiuntivo (cioè aggiunta ad un sistema di raccolta del residuo indifferenziata che non viene modificato ed ottimizzato) si raggiungono tassi di recupero inferiori (Brescia il 29 %, Mantova il 31 %) agli obiettivi di legge (35 %) con costi però più elevati (95.000 £/ab. anno a Brescia e 116.000 £/ab. anno Mantova) delle esperienze più avanzate di raccolta domiciliare che consentono di raggiungere e superare il 50 % effettivo di raccolta differenziata di materiali di migliore qualità (ad es. Monza che conta 119.000 ab ed il 51 % di RD). Contrariamente al luogo comune secondo cui la raccolta differenziata farebbe aumentare i costi, per i cittadini a Monza si è così riusciti a ridurre la tassa raccolta rifiuti del 10 % per l’anno 2000 adottando una raccolta differenziata moderna ed integrata.

1. Valutazioni sull’andamento della produzione pro capite di rifiuti urbani in Italia

La corretta applicazione delle gerarchie e priorità operative stabilite dal Decreto Ronchi, si dovrebbe concentrare l’attenzione anche sulle azioni tese alla riduzione complessiva dei rifiuti da avviare a smaltimento finale. Invece in Italia, per la valutazione dei sistemi di raccolta e gestione dei rifiuti urbani, si tende a concentrare l’attenzione soltanto sui risultati raggiunti in termini di percentuale di raccolta differenziata. Ma è chiaro che, nei tanti Comuni italiani in cui il quantitativo globale di rifiuti cresce del 5-6 % all’anno, gli sforzi compiuti sul fronte della raccolta differenziata possono risultare una "fatica di Sisifo" assai frustrante.

In molte sedi è stato infatti affrontato il problema dell’aumento costante dei rifiuti dando per scontato che il problema fosse generalizzato e dovuto essenzialmente alla dinamica dei consumi ed all’aumento dell’uso di imballaggi usa e getta. Questa interpretazione del problema può però spiegare solo in parte le dinamica di aumento della produzione dei rifiuti poiché un analisi più approfondita del problema fa emergere varie contraddizioni di questa tesi assai semplicistica.

Innanzitutto, se si approfondisce l’analisi sull’evoluzione della produzione di rifiuti in Italia, si può scoprire che questi aumenti così consistenti sono in realtà circoscritti ad alcune aree (ed in particolare ai centri urbani che hanno modificato il modello di raccolta con l’adozione di contenitori per l'indifferenziato sempre più grandi) mentre il resto del paese presenta aumenti estremamente contenuti (circa l’1 % all’anno). Infatti, confrontando la produzione pro capite delle varie regioni italiane, si può evidenziare che, nelle Regioni (in particolare l’Emilia Romagna e la Toscana) dove vi è la maggiore la presenza di amministrazioni comunali che hanno adottato massicciamente il sistema di raccolta con mezzi a caricamento laterale e grandi contenitori stradali, la produzione procapite di rifiuti solidi urbani è sensibilmente più alta (rispettivamente 573 e 557 kg/ab.anno di RU) e con un trend di crescita maggiore (con un aumento medio di circa il 5% all’anno) rispetto ad altre Regioni, quali il Veneto, il Friuli Venezia Giulia e la Lombardia che, pur con un PIL procapite simile a quello delle altre due Regioni, producono circa 450 kg/ab.anno (il 20 % in meno).

Parimenti, un’attenta analisi dei modelli di raccolta delle regioni che presentano una minore produzione pro capite di rifiuti, dimostra che in queste zone ci si è prevalentemente orientati verso un sistema di raccolta domiciliarizzato. Tali differenziazioni sono ulteriormente confermate dall'analisi puntuale di casi di studio che (pur risultando in contro tendenza rispetto alle proprie regioni (come Brescia in Lombardia e Mestre in Veneto) dimostrano ulteriormente la corrispondenza tra modalità di raccolta dell'indifferenziato e produzione procapite di RU..

Una delle ragioni che può giustificare la maggiore o minore produzione procapite di rifiuti urbani risiede, come noto, soprattutto nella maggiore o minore presenza di utenze "non domestiche".

Esistono però delle cospicue differenze (+/- 50 %) delle produzioni procapite in contesti urbani che presentano analoghe percentuali di presenza delle utenze non domestiche e criteri di assimilazioni assolutamente sovrapponibili. L’andamento della produzione dei rifiuti dipende infatti da alcuni fattori che possono essere riassunto qui di seguito:

  1. l'aumento dell'intercettazione di rifiuti del servizio pubblico risulta spesso correlato alla variazione delle modalità di raccolta del rifiuto indifferenziato che possono favorire ed agevolare il conferimento di rifiuti speciali di origine industriale non assimilati agli urbani o impropri (ad es. inerti) mediante l'adozione di contenitori di sempre maggiori dimensioni (2400-3200 litri). Al contrario l'adozione di sistemi di raccolta di tipo domiciliare favorisce una responsabilizzazione degli utenti e semplificano le attività di controllo rendendo praticamente impossibili i conferimenti impropri;

  2. le dinamiche di assimilazione ai rifiuti urbani di rifiuti speciali provenienti dal settore industriale effettuate dalle amministrazioni comunali (spesso per aumentare gli introiti della tassa rifiuti) provocano un aumento dei quantitativi conferiti più o meno considerevole in relazione alla situazione precedente (infatti molte amministrazioni assimilano rifiuti che vengono già conferiti, in modo improprio, nel proprio sistema di raccolta);

  3. l'attivazione di nuove forme di raccolta differenziata può indurre una maggiore intercettazione complessiva di rifiuti anche se tale flusso aggiuntivo viene destinato al recupero; in particolare, la raccolta domiciliare ed intensiva della frazione verde (es. con bidoni di grande volume anche a villette con giardino) può determinare, oltre al positivo superamento di alcune pratiche improprie di gestione di questi materiali (ad es. l'abbandono, la combustione ecc,), anche una tendenza all’abbandono delle pratiche di compostaggio domestico; i sistemi di raccolta del verde devono dunque trovare un punto di equilibrio tra la necessità di fornire un sistema di raccolta differenziata e quella di promuovere la pratica dell’autocompostaggio; torneremo verosimilmente sul tema con maggiori dettagli in prossimi interventi su questa tribuna.

Per determinare a quali motivazioni debba essere imputato l'aumento della produzione procapite di un una specifica realtà urbana risulta quindi necessario valutare la serie storica dei dati di produzione dei rifiuti urbani in relazione alle variazioni delle modalità di raccolta dei rifiuti (differenziata e non) ed alle variazioni dei criteri di assimilazione. Se analizziamo ad esempio l'aumento della produzione di rifiuti verificatosi a Piacenza (vedi fig. 1) si può verificare che un costante aumento delle quantità intercettate non può essere ricondotto soltanto a delle variazioni dei criteri di assimilazione (che possono infatti influenzare solo gli anni interessati successivi alla modifica del regolamento comunale) e quindi l'aumento a Piacenza, Parma e Brescia (vedi tab. 1) può invece essere ragionevolmente ricondotto alla progressiva variazione del sistema di raccolta dell'indifferenziato mediante il posizionamento di contenitori sempre più grandi (2400 e 3200 litri).

Fig. 1 : Variazione della produzione annua di RU a Piacenza (fonte ASM-Piacenza).

In altre realtà urbane in cui non è stata adottata la stessa modalità trasformazione delle modalità di raccolta (ad es. a Monza, Bergamo ecc.) la produzione di rifiuti è rimasta pressoché costante negli ultimi cinque anni e questo andamento risulta in linea con quello medio a livello provinciale come si evince dalla tab. 1.

Tab. 1 – Confronto andamento della produzione dei rifiuti di alcune realtà dal 1995 al 1999.

 

 

1995

1996

1997

1998

1999

Monza

Kg/ab.anno

% RD

434

20,4

413

27,5

424

29,8

427

34,6

464

49.4

Prov. MI

Kg/ab.anno

% RD

423

13,6

453

24,5

446

32,4

459

36,3

-

-

Brescia

 

Kg/ab.anno

% RD

566

14,8

599

18,7

603

22,1

629

25,6

662

28,5

Parma

 

Kg/ab.anno

% RD

-

-

489

9,5

495

10,5

507

12,5

526

13,5

 

Un'altra conferma dell’origine di questi conferimenti viene dai controlli che alcune amministrazioni hanno effettuato sulla andamento della produzione dei rifiuti urbani e dei rifiuti speciali non assimilabili ai rifiuti urbani. Tali verifiche hanno sempre evidenziato che, dopo periodi di sostanziale stabilità, la produzione di rifiuti urbani è cresciuta in modo repentino proprio in coincidenza con la diffusione dei contenitori stradali di grandi dimensione (vedi figura 2 per il Comune di Cesena che ha adottato i contenitori da 2400-3200 dal 1997).

Fig. 2 – Ripartizione dei rifiuti totali gestiti in urbani e speciali nel Comune di Cesena.

Fonte: Comune di Cesena e Amga Spa

Queste verifiche evidenziano che si è parimenti assistito ad una parallela diminuzione del conferimento dei rifiuti speciali non assimilati ad impianti autorizzati per una quantità che va a bilanciare quasi interamente gli aumenti dei rifiuti urbani ed assimilati negli anni 1997-99 mentre le variazioni della categorie di assimilazione sono intervenute soltanto nel 1999. Ora, se è vero che la produzione di rifiuti urbani ed assimilati e di quelli speciali non assimilati risulta sostanzialmente analoga nei due scenari relativi ai due sistemi di raccolta (stradale con contenitore di grandi dimensioni, e domiciliare), è anche vero che una volta conferiti nel rifiuto urbano, i rifiuti speciali industriali ed artigianali, spesso monospecifici e dunque altrimenti facilmente recuperabili, vanno solo ad aumentare la quota di rifiuto "indistinto" che necessita di smaltimento finale.

2. Confronto tecnico ed economico dei modelli in uso in Italia per la raccolta dei RU

Attualmente il panorama nazionale risulta per lo più caratterizzato:

Questi due modelli di organizzazione dei servizi di raccolta non si differenziano soltanto per la quantità procapite di rifiuti intercettati (come evidenziato precedentemente) ma anche per la capacità di intercettazione delle frazioni recuperabili e per i costi di gestione delle stesse. Infatti la revisione del sistema di raccolta del rifiuto residuo consente di disincentivare il conferimento dell’indifferenziato e, parimenti, favorire e rendere più comoda l’opera di conferimento differenziato che altrimenti verrebbe attuata soltanto dagli utenti più sensibili. Vi è sostanzialmente un mutuo rapporto di causa/effetto tra aumento delle raccolte differenziate, diminuzione del RU residuo da smaltire e riduzione di volumi e frequenze di raccolta predisposti per la raccolta dello stesso. L’aumento della differenziazione delle frazioni riciclabili, soprattutto di quelle secche e voluminose, può consentire (ed allo stesso tempo è favorita da) una diminuzione del volume dei manufatti destinati alla intercettazione del rifiuto residuo. L’intercettazione delle frazioni fermentescibili – se elevata - determina inoltre la possibile riduzione delle frequenze di raccolta del rifiuto residuo. A questo proposito si possono confrontare (vedi tab. 2) alcune grandi Città che hanno adottato queste due metodologie di raccolta e che risultano confrontabili per conformazione urbana, presenza di attività economiche e livello di reddito: Monza per il modello di raccolta differenziata domiciliare mentre Brescia, Mantova e Modena possono ben rappresentare il modello delle raccolte differenziate con contenitori stradali (anche se Modena si differenzia per la gestione degli RSA), ed infine Parma può rappresentare un situazione intermedia (circa il 50 % di contenitori di grandi dimensioni).

Tab. 2 – Dati sintetici sulla gestione dei RU di varie città riferite al 1999.

Città

Ab.

Prod. Tot. RU kg

Kg/ab.anno

RU totali

kg/ab.anno R.D.

% R.D.

*

 

Costo

Racc/trasp

Ab/anno

Monza

119.172

55.249.541

464

236

50,91*

80.092

Mantova

48.288

29.898.808

632

198

31,27*

116.267

Brescia

190.909

126.350.000

656

189

28,81*

95.228

Modena

176.022

97.757.000

555

126

22,70*

69.219

Parma

168.717

88.711.000

526

71

13,45*

71.508

* Il dato è stato calcolato includendo i materiali effettivamente destinati a riciclo, escludendo invece le stime dei materiali recuperati da terzi non delegati alla raccolta dei RU, poiché non verificabili, nonché i rottami di metalli vari proveniente da impianti di incenerimento, in quanto non raccolti in modo differenziato.n Mantova, Ass. Ambiente Comune di Brescia e Parma, META Spa Modena.

Come si evidenzia dalla tabella i buoni risultati di Mantova e Brescia in termini percentuali per la raccolta differenziata (rispettivamente 31,27 % e 28,8 % circa) permettono di intercettare sostanzialmente soltanto (e neppure totalmente) la maggiore intercettazione di rifiuti urbani ed assimilati di queste Città rispetto a Monza. Ad esempio a Brescia i rifiuti residui, a valle della raccolta differenziata, pari a 467 kg/ab.anno, superano il totale dei rifiuti (differenziati ed indifferenziati) prodotti a Monza, pari a 464 kg/ab.anno. Infatti a Brescia si è passati da una produzione di circa 490 kg/ab.anno del 1989 alla produzione del 1999 di 656 kg/ab.anno con un aumento medio del 3.4 % all’anno (per un aumento complessivo del 34 % in dieci anni) e questo trend è coinciso con il parallelo e progressivo posizionamento su tutta la Città di contenitori di grandi dimensione per il rifiuto indifferenziato (dalla metà degli anni ‘80 con contenitori da 2400 litri e dalla metà degli anni ‘90 con quelli da 3200) che si rendevano necessari per la contestuale adozione dei compattatori a presa laterale. Lo stesso fenomeno in altre città che hanno adottato la stessa trasformazione raggiungendo valori di produzione pro-capite che superano abbondantemente i 600 kg/ab.anno. A Modena si è adottato lo stesso sistema di raccolta di Brescia e Mantova con contenitori da 2400 e 3200 litri ma l’aumento della produzione di rifiuti è risultata minore rispetto a Brescia e Mantova. Infatti si è passati da una produzione di 481 kg/ab.anno nel 1995, a 521 kg/an.anno nel 1998 ed infine a 555 kg/ab.anno nel 1999. Bisogna però considerare che a Modena è attivo un servizio molto capillare di raccolta differenziata e recupero dei rifiuti speciali per le utenze artigianali ed industriali da parte dell’azienda pubblica e di varie aziende private. La gestione dei rifiuti speciali avviene in base a specifici contratti e ciò ha permesso di evitare, almeno in parte, il conferimento improprio di tali rifiuti nei circuiti di raccolta dell’indifferenziato; infatti le aree produttive non sono state assimilate e non vengono quindi sottoposte a TARSU, al contrario di altri Comuni che, incautamente ed impropriamente, tentano di assimilare i rifiuti speciali prodotti dalle utenze industriali. Sostanzialmente il sistema modenese è più "governato" e consente l’avvio a recupero di molti flussi di materiale monospecifico di derivazione industriale, laddove l’introduzione tout-court dei contenitori di grande volume, se non accompagnata da misure parallele sulla raccolta dei rifiuti industriali, determina invece un aumento della quota indifferenziata (senza tra l’altro generare risorse economiche da dedicare al carico aggiuntivo di rifiuto raccolto).

A Monza invece la produzione di rifiuti è rimasta pressoché costante negli ultimi anni e questo andamento – che oggettivamente risulta di per sé "virtuoso" – è in linea con quello medio a livello provinciale (dove si è sviluppata la stessa impostazione domiciliarizzata del servizio).

L’analisi dei costi di raccolta dei due modelli di gestione dei rifiuti risulta molto interessante e dimostra che, paradossalmente, il modello di Monza (che riesce ad avviare a recupero più della metà dei rifiuti prodotti) costa poco più del modello di Modena e Parma (con RD del 23 % e 13 % del totale) e comunque meno del modello di raccolta applicato a Brescia e Mantova.

Le principali differenze tra le varie città riguardano i maggiori costi di raccolta dell’indifferenziato (60.395 lire/ab.anno a Brescia, 55.919 lire/ab.anno a Parma e 51.420 a Modena) e dell’umido per la Città di Brescia (18.832 lire/ab.anno). A Monza la raccolta domiciliare del secco residuo presenta un costo complessivo minore per utenza servita (35.000 lire/ab.anno) anche se il costo specifico in £/kg risulta superiore (156 vs. le 130 di Brescia, le 123 di Parma e le 120 di Modena) e questo semplicemente per la minore produzione specifica di rifiuto secco residuo che ripartisce il costo/utenza su un numero inferiore di chilogrammi! Ma la diminuzione della produzione specifica di rifiuti ci sembra un effetto senz’altro positivo ed ecco perché va preferita la valutazione in Lit/ab.anno, proprio per non premiare le situazioni con maggiore produzione specifica di rifiuto (cosa che avverrebbe invece tramite la valutazione in Lit/kg).

La raccolta domiciliare dell’umido e la sua integrazione con la raccolta del secco residuo presenta d’altronde diverse opportunità di ottimizzazione del sistema rispetto alla raccolta stradale. In particolare a Brescia gli elevati costi derivano dal fatto che vengono utilizzati contenitori di elevata dimensione per la raccolta congiunta dell’umido e del verde (1800-2400 litri) sistemati nelle cosiddette "isole ecologiche" e si è così verificata un’intercettazione del materiale relativamente bassa, nonostante le 3 raccolte settimanali, che non ha consentito di ridurre le frequenze di raccolta delle frazioni secche residue (a Brescia si sono raccolti 38 kg/ab.anno di scarto compostabile, ma in realtà gran parte del materiale è scarto di giardino e la intercettazione vera e propria di scarto di cucina è dunque minima). Inoltre la scelta di una raccolta stradale ha imposto l’utilizzo di mezzi a compattazione, anche in considerazione della quota rilevante di scarto di giardino conferita nei contenitori.

A Monza è stato invece adottato un circuito di raccolta domiciliare dedicato al solo scarto di tipo alimentare (umido in senso stretto) tenendo conto del differente peso specifico dell’umido rispetto al materiale ligno-cellulosico di cui è costituito lo scarto di giardino (verde). Attraverso la limitazione dei volumi a disposizione per la raccolta della frazione umida è stato così evitato il conferimento congiunto dello scarto verde e questo ha consentito di impiegare dei veicoli non compattanti per contenere i costi di raccolta; inoltre l’elevata intercettazione di scarto di cucina (63 kg/ab.anno) ha consentito di ridurre le frequenze di raccolta del secco residuo.

Questi accorgimenti di ottimizzazione del sistema hanno consentito di smentire il luogo comune secondo cui la raccolta differenziata farebbe aumentare i costi per i cittadini. Vale la pena di citare tra l’altro che a Monza si è così riusciti a ridurre la TARSU dell’8% per l’anno 2000 adottando una raccolta differenziata moderna ed integrata.