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Livorno, gennaio 2001
Facciamo il punto su scarico in mare dei fanghi portuali, inquinamento dell'aria e nuovo inceneritore

LO SCARICO IN MARE DI FANGHI E DETRITI PORTUALI: UN DISASTRO.

La questione dello smaltimento dei materiali prodotti dall’escavo portuale nasce dalla necessità di ridare alle banchine del porto di Livorno quella profondità – circa 13 metri – necessaria per far attraccare navi di media dimensione. Si tratta di un problema che affligge tutti i porti ma che a Livorno assume particolare rilievo considerato il tipo di traffici che interessano il nostro scalo, traffici relativi anche a prodotti chimici e petroliferi. Insomma, se è unanimemente riconosciuto che i fanghi e i detriti prodotti dall’escavo portuale sono spesso inquinanti, quelli prodotti dal porto di Livorno lo sono senza dubbio di più, tanto che quel "spesso" forse andrebbe proprio tolto.

Sembrerebbe che questa considerazione sia stata fatta propria anche dall’Autorità portuale, almeno per quanto riguarda l’escavo del canale industriale sul quale si affacciano numerose industrie chimiche e depositi costieri di prodotti petroliferi. Lo dimostra il grande rilievo dato a suo tempo al progetto per "disinquinare il canale industriale", presentato ufficialmente il 21 gennaio 1999 con una manifestazione pubblica e che prevede la bonifica, divisa in tre distinte fasi, prima del dragaggio vero e proprio. I tempi venivano previsti in 12 mesi a partire dal 1 dicembre 1999.

Il problema è che accanto a questo progetto l’Autorità portuale ne ha perseguiti anche altri, quello dell’escavo dei fondali di alcune banchine (es. Alto fondale) e, soprattutto, quello per il completamento della sponda est della darsena Toscana. Ma mentre per il canale industriale si è dato risalto alle questioni ambientali – si potrebbe dire che non si è potuto fare a meno di considerare prioritario l’aspetto della bonifica – per gli altri dragaggi si è seguita la sbrigativa strada dello scarico in mare.

Dalle notizie pubblicate dalla stampa non è possibile stabilire con esattezza quando sono cominciati i lavori per il dragaggio del porto ne quando sono iniziati gli scarichi in mare. Da quanto pubblicato su "Il Tirreno" del 1 marzo 1999 sembra di capire che la Capitaneria ha autorizzato lo scarico in mare nel luglio 1998, anche se una accelerazione dei lavori di dragaggio dovrebbe essere avvenuta proprio nella primavera 1999.

Quando scoppiò la polemica sui danni provocati dallo sversamento in mare di fanghi e detriti, prima con la denuncia dell’Archeosub e poi con il blitz di Greenpeace (estate 2000, vedi cronologia), l’Autorità portuale, l’ARPAT e il Centro interuniversitario di biologia marina di Livorno si difesero sostenendo che lo scarico in mare avveniva con l’autorizzazione del Ministero dell’Ambiente. Il fatto è che queste autorizzazioni vengono rilasciate sulla base di una normativa che non da alcuna garanzia di tutela del mare, come sostiene il "Rapporto sullo stato dell’ambiente" realizzato dall’Amministrazione provinciale nel dicembre 1999 con la collaborazione dell’ARPAT. "Il quadro normativo – si legge nel capitolo dedicato al monitoraggio delle acque portuali - non da delle indicazioni precise sulle caratteristiche che tali materiali (fanghi e detriti, ndr) devono avere per consentire la discarica in mare." Il "Rapporto" descrive minuziosamente l’iter autorizzativo da parte del Ministero dell’Ambiente rilevando la mancanza di indicazioni precise riguardo valori numerici applicabili agli scarichi in mare. Gli unici valori numerici sono quelli previsti dal DPR 915/82 per considerare dei rifiuti come tossici nocivi ma "se tali limiti sono cautelativi per il confinamento di materiali in discarica controllata a terra, essi non forniscono sufficienti garanzie di accettabilità per lo scarico in mare". "I sedimenti portuali in Italia – prosegue il "Rapporto" - sono normalmente caratterizzati da valori di concentrazione assai inferiori a quelli espressi dal citato DPR 915/82 ma non è prevista alcuna classificazione che consenta di valutarne l’effettiva compatibilità in caso di scarico in mare. Al contrario di ciò che avviene nell’ambito nazionale, a livello internazionale esistono invece studi sufficientemente approfonditi sull’argomento che consentono di stabilire quali siano i livelli di attenzione della contaminazione dei sedimenti portuali, soprattutto in relazione ad un loro sversamento in mare".

Si tratta di parole pesanti come macigni, tanto più se provengono da una fonte ufficiale. E’ evidente allora che il fatto che lo scarico in mare sia stato autorizzato dal Ministero dell’Ambiente può mettere le autorità portuali e sanitarie al riparo da denuncie penali ma non può certo rassicurare i cittadini.

Ma c’è di più. Il "Rapporto" ci fornisce infatti un’altra traccia da seguire. "Per la legislazione italiana (D.M. del 24 gennaio 1996, ndr) per quanto riguarda gli scarichi autorizzabili, può essere consentito, dietro esplicita autorizzazione, lo scarico a mare di materiali di dragaggio, quando ne sia dimostrata l’impossibilità di deposizione o utilizzo a terra con minori rischi ambientali". Ora ci sembra tutto da dimostrare che questa prescrizione sia stata seguita per le recenti vicende livornesi. Siamo proprio sicuri che non si potesse conferire questi fanghi a terra con minor danno ambientale? Magari depositandoli provvisoriamente in qualche sito in attesa della costruzione della vasca di colmata. Sorge, invece, il legittimo dubbio che conferire i fanghi in discarica abbia dei costi che le autorità portuali non hanno voluto sostenere.

Non si capisce infatti che senso abbia avuto iniziare i lavori di dragaggio e il relativo scarico in mare quando il progetto per la vasca di colmata, oggi presentata come una specie di salvataggio dell’integrità del mare, era ancora lontano dal realizzarsi. E' bene ricordare che della vasca si cominciò a parlare concretamente nel 1995 quando si ipotizzo di realizzare sugli enormi piazzali nati dal conferimento di detriti e fanghi portuali e rubati al mare, il "Polo ecologico" (impianto di trattamento acque urbane e nuovo inceneritore di rifiuti). Si preparò un mega progetto che poi trovò resistenze in sede locale (Autorità portuale). Le diatribe interne ai gruppi di potere fecero perdere molto tempo e il nuovo progetto fu presentato solo nel 1998 ma fu bocciato dal Ministero dei lavori pubblici perché chiaramente eccessivo. Fra una disputa e l'altra, alla vasca si è cominciato a lavorare solo nell'ottobre 1999 e solo il 5 dicembre 2000 la vasca è stata ufficialmente inaugurata. Ma intanto quante tonnellate di fanghi e detriti sono stati buttati in mare? E, soprattutto, provocando quali danni?

In una sua dichiarazione, l'assessore all'ambiente della Regione, Franci, ha sostenuto che "dal primo dicembre è cessato lo scarico in mare del materiale dragato nel porto di Livorno in seguito alla sospensione dell'autorizzazione da parte del Ministero dell'ambiente, che ha tenuto conto sia delle indagini effettuate sui materiali dragati che della istituzione del santuario dei cetacei" (Granducato news, 22 dicembre). Sembrerebbe quindi che le indagini dell'ARPAT, iniziate dopo le denuncie di Archeosub e Greenpeace abbiano confermato il carattere inquinante di fanghi e detriti. Ma allora "si è chiusa la stalla dopo che sono fuggiti i buoi?". Perché l'ARPAT ha iniziato le indagini solo dopo le documentate denuncie degli ambientalisti?

Infine un'ultima notazione. Nel 1998 la Regione Toscana ha commissionato all'ARPAT, in convenzione con il Ministero dell'ambiente, un esteso monitoraggio marino costiero che interessa complessivamente circa 400 km di coste. Sarebbe interessante sapere se questo monitoraggio ha rilevato dei peggioramenti nell'ambiente marino antistante la costa livornese.

L'ARIA DI LIVORNO E' INQUINATA MA GUAI A FARLO SAPERE AI LIVORNESI

L'aria del comprensorio Livorno-Stagno è controllata dal 1978 da una serie di centraline fisse, situate a Stagno, in Corea, alla stazione ferroviaria del Calambrone, a S. Marco, al Liceo Niccolini e a La Rosa, di proprietà dell'ARIAL, un'associazione privata di cui attualmente fanno parte AGIP, ENEL, Carbochimica, Costieri D'Alesio, DOW, Rhone Poulenc e Sacci. Le centraline rilevano tutte il biossido di zolfo (SO2), mentre solo due rilevano anche il biossido di azoto, una il monossido di carbonio e una l'ozono. I dati delle centraline vengono passati per via telematica alla sede dell'ARIAL, presso l'Associazione industriali di via Roma, e da qui al Centro operativo provinciale presso la sede ARPAT di via Marradi che a sua volta li dirama al Comune di Livorno e alla Regione toscana. Teoricamente esistono terminali sui quali ogni cittadino può controllare i dati anche alle Circoscrizioni 1, 4 e 5 e alla sede del Museo di Storia naturale di via dell'Ambrogiana, però non funzionano quasi mai e quando funzionano forniscono solo gli ultimi dati disponibili, gli stessi che si trovano sul sito web della Provincia.

La rete ARIAL è dunque fatta in modo che i controlli vengono curati dai controllati con la supervisione dell'onnipresente ARPAT. Inutile commentare una situazione del genere il cui unico effetto è quello di dare segnali "confortanti" ai livornesi. Infatti i rilievi della rete segnalano un netto miglioramento rispetto agli anni '80 quando le stazioni del Calambrone e di Stagno registravano ripetuti superamenti dei limiti di legge relativi al SO2. "Il trend della qualità dell'aria negli ultimi anni è piuttosto confortante" riferisce "Il Tirreno" del 31 dicembre 1998 riportando affermazioni dell'assessore all'ambiente e dei vertici dell'ARPAT che così rispondono agli imprevidenti funzionari del Dipartimento delle politiche territoriali della Regione che avevano definito l'aria di Livorno "fra le peggiori della Toscana" considerato che nella nostra zona c'è "il maggior carico emissivo per quanto riguarda il biossido di zolfo, di azoto, di carbonio di origine industriale" ("Il Tirreno, 28 luglio 1998).

In realtà se i responsabili del Comune di Livorno e dell'ARPAT fossero intellettualmente onesti dovrebbero avere il coraggio di dire ai cittadini quanto sostenuto da due tecnici dell'USL durante il primo Convegno sullo stato dell'ambiente a Livorno svoltosi nell'ormai lontano novembre 1986: "… si deve fare ancora molto per poter conoscere il fenomeno dell'inquinamento atmosferico in tutti i suoi aspetti al punto di poter garantire la salute dei cittadini che vivono in questo territorio" e dovrebbero aggiungere che in questi anni praticamente non è stato fatto niente di quel "molto" che si doveva fare. Nel piano triennale 1987-1990 il Comune di Livorno prometteva "il potenziamento della rete di monitoraggio" mentre più recentemente (luglio 1996) il presidente della Provincia annunciava la costituzione di una rete per il rilevamento dell'inquinamento atmosferico costituita da "postazioni mobili, cabine fisse, terminali che 24 ore su 24 rileveranno in tempo reale la presenza nell'aria di ozono, biossido di azoto, polveri e benzene… Obiettivo? Controllare l'aria e garantire una informazione, precisa, immediata e capillare" (Il Tirreno", 17 luglio 1996). Sono passati 4 anni e mezzo e di questa rete non si vede neppure l'ombra! In parecchi si dovrebbero almeno vergognare.

Senza avere l'ambizione di esaurire un argomento complesso che richiederebbe uno spazio ben maggiore, svilupperemo il nostro discorso su due assi principali, quello dell'inquinamento industriale e quello dell'inquinamento da traffico.

Inquinamento industriale. Nei suoi documenti l'ARPAT sostiene che a Livorno il peso dell'inquinamento industriale è "modesto". Questi signori si fanno forti dei dati della rete ARIAL sullo SO2 e spiegano il miglioramento rispetto agli anni '80 con la metanizzazione degli impianti termici industriali e con il miglioramento dei sistemi di emissione delle aziende. Sarà anche vero ma i tecnici dell'ARPAT ci dovrebbero spiegare un po' più dettagliatamente in cosa consisterebbe questo miglioramento visto che, per esempio, riguardo alle emissioni di SO2 la situazione oggi è praticamente uguale a quella di venti anni fa. Prendiamo infatti i dati del censimento effettuato dall'USL nel 1981 sulle emissioni delle aziende del comprensorio Livorno-Stagno. Il censimento, che si basava su autocertificazioni delle aziende, fornì un dato totale per le due maggiori aziende inquinanti, ENEL e STANIC, di 29.340 tonn./anno. Ebbene se prendiamo gli elenchi del Ministero dell'Ambiente relativi ai dati forniti dalle aziende per la riscossione della tassa sulle emissioni di SO2 (Legge 27.12.97, n. 447), vediamo che nel 1998 AGIP (ex STANIC) e ENEL dichiaravano di emettere complessivamente 29.041 tonn./anno. Una diminuzione dell'1% che non può giustificare miglioramenti nella qualità dell'aria. E allora?

Ma l'inquinamento industriale non si limita al S02, ci sono altri inquinanti pericolosi, ci sono soprattutto le PTS, polveri totali sospese, e i COV, composti organici volatili, che la rete ARIAL non rileva. A proposito dei COV, lo studio realizzato dall'ARPAT nel giugno 2000 su "Analisi del rischio per l'area di Livorno e strategie di intervento" sostiene che "la situazione sembra critica nella zona industriale e ancor più nel centro di Livorno…Tale situazione è probabilmente aggravata dal contributo del traffico".

Insomma ci sono situazioni inquietanti (COV e PTS) che non vengono rilevate dalle rete di controllo gestita da coloro che emettono questi inquinanti che invece rileva altre fonti di inquinamento (SO2) traendone dati tranquillizzanti ma inspiegabili. C'è infine da segnalare un vero "buco nero": l'impatto dei traffici navali sulla qualità dell'aria.

Inquinamento da traffico. Se dell'inquinamento industriale si sa poco, di quello dovuto al traffico cittadino non si sa praticamente nulla. Infatti benché il Decreto Ministeriale del 25.11.1994 obblighi il Comune di Livorno, in quanto centro urbano con più di 150.000 abitanti, a misurare inquinanti come la frazione respirabile delle particelle sospese (PM10), il benzene e il benzo(A)pirene (IPA), niente è stato fatto e le rilevazioni di questi inquinanti sono state effettuate solo in maniera episodica e quindi non significativa. E' umoristico notare che il D.M. n. 163 del 21.4.1999 stabilisce che il Comune di Livorno è tenuto ad applicare le misure di limitazione della circolazione quando il valore medio annuale di benzene, IPA, PM10 supera i valori previsti dal DM 25.11.1994. Peccato che nessuno misuri questi inquinanti!

Nel febbraio 2000 il Comune ha presentato pubblicamente la convenzione con la quale affidava all'ARPAT il controllo di benzene e IPA. Tale controllo doveva essere effettuato tramite 3 stazioni fisse (Villa Fabbricotti, via Giolitti a Schangai, Viale Carducci) e andava dall'agosto 1999 all'agosto 2000. A parte che la scelta dei siti sembra fatta apposta per limitare gli effetti della ricerca, rimane il fatto che non sono stati forniti gli esiti delle analisi. Sarà solo un caso?

Comunque, nonostante tutta l'azione di disinformazione di politici e tecnici, i risultati dell'inquinamento sul territorio livornese sono stati dimostrati dal "Biomonitoraggio della qualità dell'aria e della diffusione dei metalli pesanti nella Provincia di Livorno" commissionato dall'Amministrazione provinciale al Consorzio Interuniversitario di biologia marina "G. Bacci" di Livorno. Lo studio, commissionato nel novembre 1995 e consegnato nel febbraio 1997, aveva l'obiettivo di "stimare l'entità dei danni prodotti dall'inquinamento dell'aria nei confronti di comunità vegetali particolarmente sensibili agli inquinanti atmosferici in grado di fungere da indicatore di qualità ambientale". Lo studio ha utilizzato i "licheni che spontaneamente si sviluppano sulla corteccia degli alberi, sia come bioindicatori che come bioaccumulatori di inquinamento atmosferico". Le conclusioni dello studio sono impietose: "Il territorio si mostra nel complesso considerevolmente degradato sotto il profilo atmosferico ne sono un chiaro segnale i modesti valori di qualità dell'aria che sono raggiunti anche in aree remote delle Colline livornesi…, il basso numero di specie licheniche presenti e l'aspetto stentato degli individui." L'inquinamento "determina valori estremamente modesti presso tutti i principali centri urbani (Livorno, Piombino, Portoferraio), presso le zone industriali di tali aree, località turistiche di particolare rilevanza (S. Vincenzo, Quercianella, Castiglioncello) e in corrispondenza delle coste marine meridionali e occidentali dell'Isola d'Elba". Lo studio fa anche un confronto con altri studi simili effettuati a livello provinciale, esattamente con quelli che hanno analizzato la provincia di Pescara e quella di Venezia. Il risultato di questo confronto è agghiacciante: "Effettuando in particolare confronti fra la provincia di Venezia (dove è presente uno dei maggiori poli industriali di tutta la penisola, il polo chimico di Porto Marghera) e la provincia di Livorno, il degrado di quest'ultima appare ancora più manifesto (…) Nonostante la provincia di Livorno presenti un andamento climatico in parte simile a quello della provincia di Pescara, dove sono rilevabili valori assai buoni, si riscontrano invece valori assai simili a quelli rilevati in provincia di Venezia, caratterizzata da una qualità dell'aria decisamente scarsa." Inutile dire che questo studio non è mai stato presentato alla stampa cittadina. Guai a far sapere ai cittadini certe cose. Meglio che la gente continui a credere che a Livorno l'inquinamento lo porta via il vento.

A questo punto è logico domandarsi quali sono gli effetti dell'inquinamento sulla salute dei livornesi. Naturalmente non esistono studi ufficiali. L'argomento è tabù. Per sapere qualcosa bisognerebbe comparare i dati ISTAT con quelli del Comune di Livorno relativi sia ai tumori di chiara origine ambientale che alle malattie ereditarie, alle malattie cardiovascolari nonché alle malattie respiratorie croniche. Nel maggio 1987 il circolo culturale "Malatesta" realizzò una indagine su "Inquinamento atmosferico e mortalità per tumori a Livorno", pubblicata come supplemento al settimanale anarchico "Umanità Nova". L'indagine dimostrava fra l'altro il "continuo, incessante aumento dei tumori ai polmoni, trachea e bronchi…+ 34.48% fra il 1966 e il 1986" . L'indagine del circolo "Malatesta" confermava quanto riportato a livello nazionale da precedenti studi relativi agli anni '70 e cioè che Livorno era fra le città più colpite dai tumori di origine ambientale. Non abbiamo notizia di studi successivi sull'argomento.

NUOVO INCENERITORE AL PICCHIANTI: ALLA CACCIA DEL BUSINESS

La questione del nuovo inceneritore per rifiuti è emblematica di come vengono gestite dai gruppi che si spartiscono il potere a Livorno le grandi questioni. Progetti galattici vengono introdotti nei programmi delle amministrazioni senza alcuna discussione pubblica e vengono reclamizzati sui media locali come se fossero già fatti, salvo poi naufragare perché mal preparati e fondati solo su una spasmodica ricerca del business.

Per quasi 30 anni la politica dei rifiuti a Livorno è vissuta attorno alla discarica del Cisternino, dove si è buttato di tutto e che da tempo rappresenta un bomba per il sistema ecologico del territorio livornese. E' sulla discarica che il Comune ha lucrato ed è attorno alla discarica che sono nate tutte quelle medie e piccole imprese di smaltimento che hanno preso rifiuti da ogni parte d'Italia, li hanno fatti diventare "livornesi" e poi li hanno smaltiti al Cisternino. L'inceneritore del Picchianti, spesso inefficiente e dispendioso e sempre inquinante e dannoso per la salute, ha funzionato solo da supporto alla discarica. Occorre sottolineare che l'inceneritore nei pochi anni nei quali ha funzionato "bene" ha avuto una efficienza pari al 50-55% della sua potenzialità nominale, cioè ha "bruciato" circa 40.000 tonn./anno di rifiuti, producendo però dalle 12.000 alle 15.000 tonn./anno di scorie tossiche e nocive che vengono conferite in una porzione della discarica del Cisternino adeguatamente controllata (almeno si spera!). Insomma l'inceneritore riduce ma non risolve il problema quantitativo dei rifiuti, creando però il problema di una discarica controllata e quindi costosa per i propri residui.

In questa sede ricostruiremo brevemente la "storia" dell'impianto del Picchianti, con particolare attenzione alle vicende legate al progetto di costruire un nuovo inceneritore. Altre questioni, legate a progetti alternativi all'incenerimento, sono state esposte negli ultimi anni dai comitati per la tutela ambientale di Livorno e Stagno e ci pare inutile ripetere le loro analisi e proposte. Anche per quanto riguarda l'inquinamento provocato dai bruciatori di rifiuti rimandiamo ad altri studi, specie a quelli realizzati dai compagni di "Medicina democratica".

L'inceneritore del Picchianti è entrato in funzione nel gennaio 1974 ma quasi da subito mostrò problemi dovuti a difetti di funzionamento che ne limitarono l'efficienza e aprirono un duro contenzioso con la ditta costruttrice, la "De Bartolomeis". Fra il 1979 e il 1985 l'impianto funzionò a "scappamento ridotto" a causa di gravi problemi che portarono alla sostituzione del refrattario e di entrambe le caldaie. Solo nel 1986 l'inceneritore riprese a funzionare con una buona efficienza ma intanto era montata la contestazione degli abitanti della zona perché dal suo camino uscivano polveri e cattivi odori che appestavano soprattutto i quartieri limitrofi. Fra l'altro era ormai noto che gli inceneritori emettono diossina. Nell'autunno 1986 una richiesta di spostamento raccolse 2000 firme fra gli abitanti della zona ma Comune e Provincia avevano deciso diversamente: adeguamento dell'impianto del Picchianti alle nuove normative nonché installazione sullo stesso di un turboalternatore per la produzione di energia elettrica. Nel gennaio 1987 sull'onda delle proteste per il progetto di incenerire a Livorno i rifiuti ospedalieri di Firenze si costituisce un Comitato di lotta per la chiusura dell'inceneritore: in pochi giorni vengono raccolte 500 firme e il Comune è costretto a fare marcia indietro. E' questo il momento decisivo per il futuro dell'impianto poiché la protesta, sostenuta anche da CGIL-CISL-UIL, spinge il Comune a commissionare all'USL analisi su fumi, polveri e scorie. Le prime analisi rese note a novembre 1987 mostrano valori spesso molto superiori ai limiti di legge: è evidente che l'impianto è fortemente inquinante. Quando sembra che la chiusura sia ormai alle porte a salvare il Comune ci pensa un solerte tecnico dell'USL fiorentina che a febbraio 1988 consegna i risultati delle proprie analisi sulla presenza di diossina. Questo signore riesce nel miracolo di far apparire quello di Livorno come uno degli impianti più puliti al mondo. Un vero gioiellino. Nei mesi successivi il Comune recupera consenso e il piano per la ristrutturazione diviene operativo.

Una svolta ulteriore di tutta la vicenda avviene nel 1996 quando il sindaco inserisce la costruzione di un nuovo inceneritore nel tanto propagandato "polo ecologico" da realizzarsi in ambito portuale. Inizia così una vicenda contorta difficilmente definibile perché punteggiata da scontri anche durissimi svoltisi all'interno dei palazzi del potere fra le varie consorterie che formano il PDS. Nel 1998 il Comune approva il piano strutturale che inserisce il polo ecologico - e quindi il nuovo inceneritore - in ambito portuale senza però indicare il sito con precisione. Ma lo scontro è durissimo: da una parte Autorità portuale che progetta un futuro turistico per l'area portuale a ridosso della Stazione marittima, dall'altra la Compagnia portuale che invece vuole sviluppare il business dei rifiuti, dove è già presente con la SEAL. Alla fine sarà la prima a prevalere e di "polo ecologico" non si parlerà più. Intanto lo scontro si sposta sui banchi del Consiglio provinciale che nella primavera 1999 deve approvare il piano provinciale dei rifiuti previsto dal decreto Ronchi del 1997. In questa fase entra prepotentemente alla ribalta un nuovo, francamente indesiderato, attore, l'Associazione industriali. Questa potente lobby riesce a far passare fra i possibili siti alternativi al Picchianti quello di proprietà di un noto imprenditore livornese che si affaccia sul Canale industriale. Altra baruffa e clamoroso stop al piano provinciale che nell'aprile è approvato con la sola eccezione del capitolo dedicato al nuovo inceneritore. Seguono mesi di scontri senza esclusione di colpi che spesso vedono protagonista anche "Il Tirreno" che non si pone problemi ad appoggiare sfacciatamente le ragioni degli industriali ma che invece si blinda sempre più verso coloro che si battono contro l'inceneritore. Alla fine, siamo nel dicembre 1999, il piano viene approvato con un compromesso: viene confermato il sito del Picchianti ma Livorno si apre ai rifiuti di altre provincie, garantendo alla lobby dello smaltimento un roseo futuro.

Attorno al progetto approvato dalla provincia girano una barca di soldi. Nel piano definitivamente approvato nel luglio 2000 si sostiene che il "raddoppio dell'inceneritore del Picchianti" richiederà un investimento di 100-110 miliardi. Una bella sommetta lontana però dalla realtà. Secondo una stima della Federambiente invece i costi di costruzione di un inceneritore come quello che si vorrebbe costruire a Livorno è di circa 144 miliardi. La Federambiente è notoriamente favorevole all'incenerimento e quindi non può essere accusata di aver esagerato nelle cifre. Come si vede siamo su una stima molto superiore anche se probabilmente ancora inferiore ai costi reali, valutabili attorno ai 150-170 miliardi. Bisogna poi aggiungere i costi per la costruzione degli impianti per la produzione di CDR, stimati dal piano in circa 15-17 miliardi per quello di Livorno Si tratta di cifre che stimolano gli appetiti di molti, visto che l'investimento sarà naturalmente fatto con soldi pubblici: lo Stato garantisce un 30% del finanziamento, il resto ce lo metterà il Comune.

Ma quanto costa gestire un inceneritore come quello che si progetta a Livorno? Il piano non ce lo dice ma la Federambiente si: 16,3 miliardi ogni anno (ammortamento escluso). A questi bisogna togliere il ricavato della vendita dell'energia elettrica prodotta. Non tutti sanno infatti che l'ENEL è obbligato a comprare l'energia prodotta dagli inceneritori ad un prezzo quasi tre volte superiore a quello di mercato: 243,7 lire al kvh. Tanto poi l'ENEL lo recupera perché lo aggiunge ai costi che addebita agli utenti. Ammettendo che il nuovo inceneritore abbia una efficienza media comparata a quello attualmente in funzione al Picchianti ma anche consumi proporzionati, si arriva, tenendosi molto larghi, ad un ricavato annuo pari a circa 2 miliardi. Insomma il costo di gestione annuo dell'impianto sarebbe di 14,3 miliardi ai quali bisogna aggiungerne almeno un'altra decina per l'ammortamento.

Se cifre e i numeri annoiano ma abbiamo voluto approfittare della pazienza di chi ci legge per quantificare la massa di quattrini che girano attorno a questi impianti. Sono solo i quattrini che spiegano l'accanimento con il quale i gruppi di potere hanno perseguito la costruzione dell'inceneritore. Perché questi quattrini portano commesse a grandi multinazionali ma anche profitti a tante medie e piccole aziende locali, "pagine e spazi" pubblicitari ai media e, inutile nascondere quello che tutti sappiamo, vantaggi, regalie (o, chissà, forse anche qualcos'altro) per i tanti che hanno le "mani in pasta".

Circolo "Malatesta"